Dino Buffagni

“Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”*
Quanti percorsi della fantasia può suscitare una semplice frase? Milioni. Quanti percorsi della fantasia può suscitare un’immagine? Altrettanti. Tanto più se l’immagine, volutamente, spinge la fantasia a viaggiare, volutamente non ti racconta tutto, ma solo un istante del tempo. Solo un frame della pellicola, solo una riga del romanzo.
Tutto questo, che era vero nelle opere a olio del “primo periodo” di Buffagni, è ancora più vero in quelle più recenti, dove il suo discorso, la sua “concezione artistica” (chiamiamola così), fa un ulteriore balzo in avanti. E non solo per l’uso sempre più moderno della tecnica impiegata (dal pennello alla macchina fotografica, dall’olio all’elaborazione digitale), ma per un nuovo elemento che arricchisce (complica? confonde?) ciò che Dino offre agli occhi: i brevi componimenti poetici che spuntano nell’allestimento dell’immagine, mai invadenti, elemento tra gli elementi, mai protagonista assoluto.
Vero, scritti ve n’erano anche prima, nelle opere di Buffagni: i titoli dei quadri mai casuali, sempre tesi a fornire una chiave di lettura da cui “partire”. Ora però le parole, mai didascaliche, non spiegano, non indirizzano, anzi, suggeriscono ulteriori, inaspettate prospettive. Nuove angolazioni da cui osservare l’oggetto rappresentato. Di più: aprono a nuove dimensioni.
Non si tratta più di immaginare un quadro come la tavola di un polittico tutto da inventare, ma di prendere quell’immagine, fatta ora indissolubilmente di segni e parole, come centro di un universo multidimensionale a costruire il quale non basta più la fantasia elaborata dalla mente: servono le sensazioni suggerite al cuore.
Non è cosa da poco, né per chi crea né per chi, alla fine, osserva.
Così, guardate questi lavori e non cercate di “capire”: permettetevi di “sentire”.
Lucio Mazzi
*Augusto Monterroso, 1959, il racconto più breve della storia della letteratura

“Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”* Quanti percorsi della fantasia può suscitare una semplice frase? Milioni. Quanti percorsi della fantasia può suscitare un’immagine? Altrettanti. Tanto più se l’immagine, volutamente, spinge la fantasia a viaggiare, volutamente non ti racconta tutto, ma solo un istante del tempo. Solo un frame della pellicola, solo una riga del romanzo. Tutto questo, che era vero nelle opere a olio del “primo periodo” di Buffagni, è ancora più vero in quelle più recenti, dove il suo discorso, la sua “concezione artistica” (chiamiamola così), fa un ulteriore balzo in avanti. E non solo per l’uso sempre più moderno della tecnica impiegata (dal pennello alla macchina fotografica, dall’olio all’elaborazione digitale), ma per un nuovo elemento che arricchisce (complica? confonde?) ciò che Dino offre agli occhi: i brevi componimenti poetici che spuntano nell’allestimento dell’immagine, mai invadenti, elemento tra gli elementi, mai protagonista assoluto. Vero, scritti ve n’erano anche prima, nelle opere di Buffagni: i titoli dei quadri mai casuali, sempre tesi a fornire una chiave di lettura da cui “partire”. Ora però le parole, mai didascaliche, non spiegano, non indirizzano, anzi, suggeriscono ulteriori, inaspettate prospettive. Nuove angolazioni da cui osservare l’oggetto rappresentato. Di più: aprono a nuove dimensioni. Non si tratta più di immaginare un quadro come la tavola di un polittico tutto da inventare, ma di prendere quell’immagine, fatta ora indissolubilmente di segni e parole, come centro di un universo multidimensionale a costruire il quale non basta più la fantasia elaborata dalla mente: servono le sensazioni suggerite al cuore. Non è cosa da poco, né per chi crea né per chi, alla fine, osserva. Così, guardate questi lavori e non cercate di “capire”: permettetevi di “sentire”. Lucio Mazzi *Augusto Monterroso, 1959, il racconto più breve della storia della letteratura

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